Oct 20 2009

Legende = Papelli ?

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Dopo aver riportato l’immagine digitale del famoso “papello” e’ doveroso continuare questo mio articolo citando wikipedia riguardo la parola “insabbiamento”.

“Per insabbiamento, occultamento, (a volte si usa il termine inglese cover up) si intende il tentativo di coprire le fonti dalle quali provengono una violazione legislativa od un crimine e che spesso coinvolgono un’intera organizzazione o solo i suoi responsabili.

A volte questi tentativi vengono messi in atto persino dagli organi di governo istituzionali.”

Ci sono prove,ci sono ricordi di persone vicine ai fatti,c’e’ Di Pietro che era il terzo giudice da far saltare in aria dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio,e con tutta probabilita’ Borsellino poteva essere protetto in modo decisamente migliore perche’ si sapevano tante cose sul suo annunciato attentato.E’ un dato di fatto che lo stato italiano abbia trattato con la Mafia,come e’ un dato di fatto che per la salvezza di tanti politici collusi e’ stato concesso di  sacrificare pochi ineguagliabili eroi.

Non e’ questo il paese di cui vado fiero,a causa di rappresentanti inetti,corrotti,bramosi di gloria e denaro che spesso mi fanno vergognare di essere italiano.

Eppure non capisco…l’ingiustizia continua a prevalere in quest’Italia che sta andando a rotoli e noi non riusciamo ancora a ribellarci a questa piccola casta di politici corrotti che ormai fa il buono e il cattivo tempo?

“Esigo” un’Italia che mi renda fiero di essere italiano…

ogni giorno,nel mio piccolo, faccio del mio meglio affinche’ questo avvenga,e invito chiunque sia d’accordo con me a fare lo stesso…

diffondete le informazioni che in tv non verrano mai date,parlatene,discutetene,studiate,rendete viva la speranza di poter creare un’Italia migliore…perche’ se non pensiamo noi al nostro futuro,non ci sara’ nessun altro che lo fara’ per noi.

ad maiora


Apr 29 2009

Information day,passate parola!

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Parte 1 Genchi

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Parte 2 Genchi

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Parte 3 Genchi

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Parte 4 Genchi

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Parte 5 Genchi

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questo invece e’ il video che annuncia il proscioglimento dalle indagini per De Magistris

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Vedete,non si puo’ non incazzarsi dopo aver visto questi video.Non si puo’ far fermare la lacrima che scende ripensando a Borsellino e Falcone a quello che hanno fatto per tutti noi.Non ho nessuna intenzione di diventare COMPLICE di una casta con a capo il nostro presidente del consiglio.Basta fare i pupazzi che ne dite?quanto ancora vogliamo farci insultare?quanto ancora vogliamo farci prendere in giro?

Io sono fiero di essere Italiano,fiero degli ideali con cui  sono cresciuto e di come li applico nella vita di ogni giorno.Per tutto questo non sono in grado di  accettare quello che e’ accaduto e che sta accadendo,non sono in grado di far finta di niente di fronte alla verita’ dei fatti,non sono in grado di stare zitto di fronte ai prepotenti o a chi si crede di essere piu’ furbo.E’ una domanda che mi rimbalza spesso in testa in quest’ultimo periodo…ma come siamo arrivati fin qui?

Ogni anno festeggiamo la festa della liberazione,ricordiamo eroi morti per la patria come Borsellino,Falcone e i membri delle loro rispettive scorte,ma passati questi pochi giorni tutto torna alla normalita’ fino alla prossima strage o al prossimo assasinio.

A mio avviso il modo migliore per onorarli non e’ piangerli o portare fiori sulle loro tombe,ma combattere e sconfiggere la corruzione smodata che abbiamo in Italia,combattere la mafia che siede comodamente in poltrone di velluto nel nostro parlamento…perche’ e’ proprio quello per cui gli eroi italiani,che vogliamo ricordare e celebrare,hanno combattuto fino alla morte.

Combattiamo questo regime.Passate parola.

ad maiora


Apr 5 2009

Gli eroi non vanno dimenticati

Da Wikipedia: l’eroe, nell’era moderna, è il protagonista di uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.

Questo e’ quello che erano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone per me,EROI. Scrivo questa parola sempre in maiuscolo quando mi riferisco a loro…mi sale il disgusto,e mi faccio il sangue amaro invece quando un condannato per mafia come Dell’Utri usi questo nobile termine per identificare un altro condannato per mafia come Vittorio Mangano.Per chi non conoscesse questi due elementi che non definisco persone figuriamoci eroi ecco due link di facile consultazione per farvi capire perche’ mi sale il sangue agli occhi ogni volta:Vittorio Mangano , Marcello dell’Utri e qui subito dopo il link ad un articolo di Marco Travaglio (un giornalista a cui associo la parola eroe)che parla della condanna del nostro egregio senatore.Concludo qui questa prefazione ricca di contenuti per invitarvi a leggere una lettera assai importante scritta dal fratello del giudice Borsellino.

[Pubblico integralmente la lettera aperta di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Nessun giornale italiano le ha dato, finora, lo spazio che avrebbe meritato. Forse sarà pubblicata all'estero. Grazie a due giornalisti di Reuters per avermela procurata]

19 Luglio 1992 : Una strage di stato

Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamenteAltrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.

Salvatore Borsellino
Milano, 15 Luglio 2007

di mio aggiungo solo che avrei voluto conoscerli di persona e ringraziarli per tutto quello che hanno fatto per il nostro paese…per dire loro che li considero EROI, e che mi hanno insegnato molto, che mi hanno dato davvero tanto…

vi ricordero’ sempre cosi’ :482ebefc0f43f_normal


Apr 2 2009

A volte ritornano…

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Sono fiero di raccontare,come mio primo post su questo nuovo blog, fatti di tale importanza.

Questa e’ una storia di amicizia, coraggio e di dignita’, una storia che va raccontata,anzi no,va urlata perche’  il far finta che un male non esista e’ il modo migliore per farlo crescere e renderlo piu’ forte.

La nostra avventura si svolge a Palermo dove i nostri  eroi,un gruppo di amici affiatati,decidono finalmente di fare un passo decisamente importante nella loro vita…ma qui mi fermo come narratore e divento con voi spettatore perche’ ritengo che sia giusto ascoltare la nostra storia proprio dalle parole di uno dei nostri protagonisti…quindi shhh,che lo spettacolo abbia inizio…

[tratto dal sito di  ADDIOPIZZO]

“..All’origine c’è il desiderio. Il desiderio di aprire un piccolo pub nel centro storico di Palermo, un locale che offra solo beni prodotti e commercializzati nel maggior rispetto possibile dei lavoratori, dell’ambiente e della salute del consumatore. Un posto con un angolo per fare controinformazione, dove conoscere belle ragazze con idee simili alle nostre, dove mettere solo la musica che piace a noi e servire da bere al le persone che come noi si ritrovano spesso fino a tarda notte attorno a un tavolo a bere e fantasticare su un mondo che non c’è. Sostanzialmente il nostro desiderio era (ed è) quello di passare dall’altra parte del bancone per testimoniare con il buon funzionamento di un posto del genere che un’altra città è possibile. Insomma, una sera come tante altre si fantasticava sulla possibilità di aprire un posto del genere, e siccome non abbiamo una lira per realizzarlo, con buona pace del principio di realtà, si fantasticava a briglia sciolta. Tant’è che a un certo punto qualcuno esclamò: ragazzi adesso basta con le seghe mentali! Sapete com’è, essendo tutti alle soglie dei trent’anni a turno ognuno di noi si prende la briga di richiamare gli altri all’ordine, all’ordine dell’esistente. Per inciso, è un richiamo che accetto solo da un amico.
- Però, se è vero che Lucia riesce a trovare un posto con un affitto poco più che simbolico, potremmo pensare di redigere un progetto per avere un finanziamento pubblico.
- Ma tu non dovevi fare il professore?
- Io sulla carta lo sono già e comunque anche tu, non stai per diventare medico?
- Ci dobbiamo rompere il culo per fare il lavoro per il quale abbiamo studiato!
- Se facessimo i turni… L’ultimo bicchierino?
- Basta, a letto!
- Va buo’, quando Lucia avrà trovato il posto…
- Bravo, ne riparliamo
- Notte raga’.
E che notte! Mi ero fatto prendere troppo dalla discussione,e quando è così non riesco mai ad addormentarmi subito. Per distrarmi misi su un CD di un musicista africano prestatomi da Dino (un altro della banda, amante dell’Africa), un certo Habib Koite. Lo stratagemma funzionò fino al termine della musica, ma nel dormiveglia che nel frattempo era sopraggiunto i pensieri ripresero a scorrere come un magma. Che però si arrestò presto contro la domanda che non m’aspettavo: e se poi ci vengono a chiedere il pizzo che facciamo? …no, non lo paghiamo! … minchia, però se ci rifiutiamo solo noi poi ci bruciano il locale. Ma che palle! Ma è mai possibile che devono pagare tutti senza fiatare? E non mi vengano a dire che non è così! … ma di che mi preoccupo, sto solo fantasticando… ma è mai possibile che in questa città uno non si può fare nemmeno le seghe mentali in santa pace?! Lascia perdere Errico, dormi!
Un istante dopo , però, mi venne in mente una frase già bella e fatta. La ripetei a bassa voce tra me e me e mi alzai di scatto per appuntarmela: Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità.Il giorno dopo raccontai tutto ai miei amici e cominciammo a ragionarci su.
Sembrò subito a tutti un’affermazione forte e immediata, espressione di una violenta e precisa presa di coscienza. Decidemmo di ricorrere agli adesivi perchè ci pareva la maniera più semplice per raggiungere il maggior numero possibile di persone. Diciamo pure l’unica. Essendo dei “signor nessuno” non abbiamo fatto altro che prenderci lo spazio che ci serviva per esprimere il nostro pensiero.
Facemmo grosso modo questo ragionamento: Se uno camminando per strada si ritrova all’improvviso questa affermazione come può reagire? Se risulta falsa potranno pacificamente mandarci a quel paese, incazzarsi, dire noi non siamo un popolo che paga il pizzo. Ma se viene giudicata vera? Allora non potranno mandarci a quel paese, allora vuol dire che è vero che il fenomeno è tanto diffuso quanto consapevolmente passato sotto silenzio.
L’idea dell’adesivo ci era venuta subito, ma da lì ad andare per strada la notte ad attaccarli passarono quasi due mesi. Dopo qualche settimana cominciammo a vederci appositamente per parlare del perché, del percome e dei possibili rischi. Dalla volta in cui durante uno di questi incontri Antonio mise su Get up, Stand up for your rights di Bob Marley & The Wailers, cominciammo a comportarci come una vera e propria banda, se non altro perché sapevamo che saremmo andati ad affrontare in maniera nuova un argomento bandito dal dibattito pubblico. Il gruppo si affiatava sempre di più, grazie anche all’umorismo che apriva e chiudeva ogni nostro incontro. Prima ancora di aver fatto stampare gli adesivi avevamo già redatto la prima bozza del documento di “rivendicazione” (pubblicato integralmente sull’edizione cittadina di “la Repubblica” dell’uno luglio, adesso consultabile, insieme a tanti altri materiali e informazioni utili, all’indirizzo www.addiopizzo.altervista.org ), ma senza neanche sapere perché continuavamo a temporeggiare. Eravamo preoccupati non si sa bene di cosa, certo non di ricevere una multa per affissioni abusive, con quello che stavano combinando i politici alla vigilia delle europee con le loro belle faccie da culo appese ovunque per le strade.

Era come se alle nostre motivazioni mancasse qualcosa. E quel qualcosa furono le parole dette dalla signora Pina Maisano Grassi. Arrivate mentre rimuginavano sulla nostra idea, quelle parole ci fecero sentire una grande senso di responsabilità e di solidarietà. Furono la rivelazione istantanea che la vita di ognuno è legata a quella di ogni altro. E che un tessuto civile è l’espressione consapevole di questo dato.
La frase dei nostri adesivi può sembrare un’espressione di rabbia, ma in realtà non fa altro che fare leva sull’amor proprio di ognuno. Settimane di discussioni e le parole della vedova Grassi ci fecero capire che la vita di ognuno di noi è liberamente legata a quella di ogni altro solo là dove si è capaci di esprimere un genuino amor proprio, e che se un siciliano vuole dare un giudizio sulla mafia, in una maniera o nell’altra, dovrebbe darlo anche su sé stesso, sulla sua maniera di stare insieme agli altri.
Il pizzo è uno strumento per controllare in maniera capillare il territorio, quindi è il simbolo della negazione della sovranità popolare. Il nostro adesivo è listato a lutto, ma è il contrario di ciò che appare, è espressione di amore. Se non fosse così non ci saremmo mai spinti a spendere un po’ di soldi e molte ore per farlo e attaccarlo in giro.
Questo dovrebbe aiutare a capire meglio anche il nostro anonimato. Noi vogliamo che quelle siano le parole di tutti i siciliani, mettano fuori l’umiliazione segreta che ci rode dentro e ci mettano davanti agli occhi la possibilità di dire basta e riappropriarci della sovranità sulla nostra vita. Consideriamo la nostra idea il sintomo di un qualcosa che va ben al di là delle nostre personali biografie, e poiché speriamo che alle nostre azioni seguano cose ben più importanti, vogliamo evitare che l’attenzione si sposti su di noi piuttosto che sul problema. Vogliamo essere piccola parte di una storia collettiva che si sta ancora scrivendo.
Per il momento da sette siamo diventati una trentina.

Sono le 23:50 del 28/08/04, domani è l’anniversario dell’omicidio di Libero Grassi e fra qualche ora trenta giovani siciliani (nessun imprenditore o commerciante) cercherà di compiere delle azioni che rilancino la mobilitazione contro il pizzo. Se andranno a buon fine saranno un contributo al movimento che speriamo prenda piede: un movimento di autoeducazione popolare finalizzato alla liberazione delle nostre menti e del territorio dalla mafia.
Sono un po’ nervoso, ma fiducioso, sto ascoltando Redemption song di Bob Marley.
Se qualcuno mi dovesse domandare come andrà avanti tutta questa storia, ora come ora, l’unica cosa che saprei rispondere è: Amunì, e comu finisci si cunta!”

…e qui cala il sipario con lo scrosciante applauso del pubblico direte voi…beh purtroppo questa non e’ una storia di fantasia,anche se vi assicuro vorrei che lo fosse,questo e’ quello che e’ accaduto e accade ogni giorno a chi cerca di opporsi ai prepotenti…e come ho detto all’inizio e’ proprio adesso che dobbiamo urlare e combattere un male chiamato MAFIA,un male che si nutre dell’ipocrisia e della paura delle persone,della loro omerta’.

Lo ripeto, non e’ una storia di fantasia…proprio per questo non facciamo calare il sipario ma applaudiamo e incoraggiamo questi ragazzi che hanno avuto il coraggio delle loro azioni…

Vi prego di visitare ADDIOPIZZO per saperne di piu’ e,per chi volesse , sostenere questa causabanner7_nonpaghiamo

ad maiora