Jul 19 2010

“Grazie caro papa’ “

Spero che questa lettera aiuti a tenere sempre vivo il ricordo di un eroe italiano,un eroe che ha sacrificato tutto per la giustizia,per il bene di tutti noi.

Vi ringrazio giudici Falcone e Borsellino…perche’ il vostro esempio mi ha dato tanto,mi ha aiutato a prendere decisioni difficili, mi ha sorretto in momenti in cui sarei potuto crollare…grazie di vero cuore

MANFREDI BORSELLINO* Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre,  una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

*( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).

fonte

ad maiora

Merlino


Nov 6 2009

“Remember, remember, the fifth of November…”

« Remember, remember,
the fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I see no reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot! »

(traduzione)

« Ricorda, ricorda,
il cinque novembre,
polvere da sparo, tradimento e complotto
Non vedo alcuna ragione
per cui la congiura delle polveri da sparo
dovrebbe essere mai dimenticata! »

Questa e’ una filastrocca per bambini che ricorda i fatti che accaddero il 5 Novembre 1605 in Inghilterra;quella che alla storia e’ passata come “la congiura delle polveri” quella che ha ispirato la novel story di Alan Moore “V for Vendetta” da cui e’ nato il film di grande successo che porta lo stesso nome.
Qui trovate la storia di Guy Fawkes,colui che fu accusato e condannato di questi avvenimenti passati alla storia.
Vi sto raccontando tutto questo non solo per ricordare un capolavoro di Alan Moore come V ,ma perche’ oggi(non volutamente) io e il mio amico Giustiniano abbiamo rilasciato la nostra prima applicazione per iPhone(e’ completamente gratuita e la potete scaricare a questo indirizzo http://itunes.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewSoftware?id=336988643&mt=8 ,e’ un’applicazione dedicata ad “il fatto quotidiano” ed al suo blog che ritengo siano tra gli ultimi baluardi di informazione libera qui in Italia).
Sono anni che in questo paese i malfattori se la cavano a spese della gente onesta, e sono anni che siedono in un  parlamento simile a quello che Fawkes voleva far saltare…proprio per questo con il rilascio di questo software mi sento un po’ come lui…solo che io al posto del tritolo,nel mio piccolo, cerco di aiutare a far esplodere quelle notizie che nessuno vuole sentire…sopratutto quella casta che ci gabba ogni giorno.
ad maiora


Sep 30 2009

Per non dimenticare…con brividi annessi

la nostra storiella di oggi inizia cosi’ :

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poi rivedo certe interviste…fatte da un giornalista con la G maiuscola(non dai lacche’ come Feltri,Vespa e Fede)…ma davvero tanti tanti anni fa’…e mi vengono i brividi perche’…beh e’ facile capire il perche’:

Biagi intervista Berlusconi part1

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Biagi intervista Berlusconi part2

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e sappiamo tutti come e’ andata a finire per Biagi e Luttazzi

Enzo Biagi al ritorno a “il Fatto” dopo l’editto bulgaro di Berlusconi

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Biagi intervista Luttazzi part 1

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Biagi intervista Luttazzi part2

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e visto che oggi mi sento davvero in forma nel riproporre argomenti che non DEVONO ESSERE ASSOLUTAMENTE DIMENTICATI,ripropongo questi documenti:

Alcune pagine significative de “La Padania” del 1998

Padania del 08-07-1998 pagina 1

Padania del 13-06-1998 pagina 1

Padania del 19-08-1998 pagina 2

Dopo 11 anni altri 10 quesiti da un giornale totalemente diverso per fazione e ideologia,la Repubblica,che come sempre non hanno avuto risposta

10

Ripeto,si parla di anni e anni fa.Dopo tutto questo mi dite la differenza che c’e’ tra ieri e oggi?Forse ora capite perche’ mi sono venuti i brividi.

(tutte le immagini appartengono ai leggittimi proprietari)

ad maiora


Jul 19 2009

via D’Amelio 19 luglio 1992

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17 anni fa poco tempo dopo la morte del suo collega e amico Giovanni Falcone muore in quella che verra’ tristemente famosa come strage di via d’Amelio il giudice Paolo Borsellino.Se avete letto i miei post precedenti sapete gia’ che per me sia lui che Giovanni Falcone sono esempi da seguire e persone che mi hanno dato davvero tanto e che ricordero’ e faro’ ricordare per quello che sono stati,EROI.

Ho riletto oggi l’ultima lettera che scrisse prima di morire e la riprongo anche a voi(la prefazione e’ del fratello Salvatore):

<<Questa è l’ultima lettera di Paolo Borsellino, scritta alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l’esplosione di un’auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D’Amelio, facesse a pezzi lui e i ragazzi della sua scorta.

Paolo si alzava quasi sempre a quell’ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare  anche la morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva “per fregare il mondo con due ore di anticipo” e quella mattina cominciò a scrivere una lettera alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di disguidi e per i suoi impegni che non gli davano tregua.

La faida di Palma di Montechiaro che Paolo cita nella lettera la ricordo bene.
A Capodanno dello stesso anno ero con lui ad Andalo, nel Trentino dove avevamo passato insieme il Natale, per la prima volta da quando, nel 1969, ero andato via dalla Sicilia, ed avevamo deciso di ritornare passando per Innsbruck che avevamo entrambi voglia di visitare insieme con le nostre famiglie.
Non fu possibile perchè Paolo ricevette la notizia della strage di mafia che c’era stata a Palma di Montechiaro e dovette rientrare di fretta in Sicilia.
Fu l’ultima volta che vidi Paolo, da allora fino alla strage del 19 luglio ci sentimmo solo qualche volta al telefono e quando, dopo la sua morte, vidi le sue foto successive alla morte di Giovanni Falcone mi sembrò che in poco più di sei mesi fosse invecchiato di 10 anni.
La lettera è da leggere parola per parola, pensando proprio che sono le ultime parole di Paolo.
Quando dice che non riusciva in quei giorni neanche a vedere i suoi figli penso a quello che mi disse mia madre dopo la sua morte: le aveva confidato che non faceva più le coccole a Fiammetta la sua figlia più piccola e che stava cercando di allontanarsi affettivamente dai suoi figli perchè soffrissero di meno nel momento in cui lo avrebbero ucciso.
E che quel giorno lo avrebbero ucciso Paolo lo doveva quasi presagire, sapeva che a Palemo era già arrivato il carico di tritolo per lui. Lo sapeva anche il suo capo, Pietro Giammanco, che non gli aveva però riferito dell’informativa che gli era arrivato a questo proposito e Paolo, che invece lo aveva saputo per caso all’aeroporto dal ministro Scotti, aveva avuto con lui uno scontro violento.
Uno scontro che Paolo ebbe con Giammanco anche la mattina del 19 Luglio, quando quest’ultimo gli telefonò alle 7 del mattino, cosa che fino allora non era mai successa.
Forse anche Giammanco sapeva che quello era l’ultimo giorno di Paolo e per questo gli comunicò che gli aveva finalmente concessa la delega per indagare sui processi di mafia in corso di istruttoria a Palermo. Delega che avrebbe permesso a Paolo di interrogare senza più vincoli il pentito Gaspare Mutolo che in quei giorni aveva cominciato a rivelare le collusioni tra criminalità organizzata, magistratura, forze dell’ordine e servizi segreti.
Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: “Ora la partita è chiusa” e Paolo gli rispose invece urlando “No, la partita comincia adesso”.
Dopo quella telefonata Paolo non scrisse più niente sul foglio e la lettera rimase incompiuta sul numero 4), dopo gli altri tre punti nei quali Paolo, rispondendo a delle domande postegli dai ragazzi del liceo, ci da tra l’altro, in maniera estremamente semplice e chiara, come solo lui era in grado di fare, una definizione della mafia che bisognerebbe  che tutti conoscessero e che fosse insegnata nelle scuole.
Dieci ore dopo un telecomando azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE, ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il suo sogno non morirà mai.

Salvatore Borsellino

“Gentilissima” Professoressa,
uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e “pentito” mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all’incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss’altro perchè a quell’epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell’intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato “comunque” preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.

1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l’idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E’ vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all’Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l’applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.
Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall’ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.
La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.
Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l’uno dall’altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di “territorialità”. Essa e suddivisa in “famiglie”, collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.
Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.
E’ naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l’imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).
La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall’interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.
Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, “ndrangheta”, Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l’organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del “consenso” di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.
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nell’anniversario della sua morte uno dei boss mafiosi piu’ famosi,Toto’ Riina,ha rilasciato dichiarazioni (tramite il suo avvocato) che mettono in risalto come i due giudici fossero scomodi non solo alla mafia ma anche a parecchi uomini politici e imprenditori collusi con la mafia (vedi le indagini su Berlusconi,Dell’Utri etc.).

Il boss dice:”L’ammazzarono loro”riferendosi agli uomini dello stato.Quindi non solo furono abbandonati,ma qui si capisce che furono traditi e forse ammazzati dall’interno,da quello stesso stato che aveva il dovere di proteggerli per il lavoro pericoloso che stavano svolgendo.

Quelle di via D’Amelio e di Capaci vengono ricordate come “stragi di stato”…nel senso che e’ lo stato stesso ad aver compiuto queste stragi?Intanto arrivano le classiche frasi fatte da parte dei ministri che non si presentano all’anniversario di un evento cosi’ importante.Come al solito c’e’ tanto su cui riflettere.

ad maiora


Jul 6 2009

NOMI E FATTI

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Visto che ho intenzione di fare nomi e di esporre fatti (come molti altri per fortuna) e che non mi spaventano affatto le due leggi anticostituzionali che stanno cercando in tutti i modi di far approvare ho deciso di rendervi partecipi di due bellissimi articoli tratti da Articolo21.info che riassumono il quadro della situazione al momento in Italia:

[Contro la legge bavaglio che impedirebbe le intercettazioni telefoniche di cui la maggior parte dei nostri ministri ha terrore visto che evidentemente hanno piu' di uno scheletro nell'armadio(tranne il presidente del consiglio che a quanto pare nell'armadio ha veline e minorenni) n.d.a.]

<<I due più gravi interventi del Governo in questa legislatura in materia di sicurezza e di intercettazioni, sono stati blindati con altrettante fiducie per cercare di bloccare il  durissimo contrasto di tutta l’ opposizione parlamentare.

Il ddl sicurezza che contiene norme aberranti sul piano dei diritti degli stranieri e degli italiani poveri, con l’introduzione del reato di immigrazione clandestina,  sconvolge i nostri principi costituzionali e ci riporta pericolosamente indietro nel tempo. Qualcuno ha parlato non senza fondamento di leggi razziali. Il testo è passato, sia alla Camera che al Senato con la Fiducia (caso singolare quando si parla di diritti fondamentali).Ora creerà nel paese problemi gravissimi, lo dicono anche le autorità religiose, per essere certamente dichiarato incostituzionale dalla Corte perché le cose scritte li dentro fanno a pugni con tutta la giurisprudenza costituzionale.

Sulle intercettazioni alla Camera quando il Governo ha annunciato l’ennesima fiducia, tutte le opposizioni hanno reagito con forza ed hanno deciso di compiere un atto straordinario. Tutte insieme si sono rivolte con forza al Capo dello Stato e con una lettera motivata sottoscritta da Antonello Soro, Massimo Donadi e Michele Vietti  hanno riassunto le principali obiezioni.

Nel mirino l’abuso del ricorso alla fiducia da parte del Governo che espropria il Parlamento delle sue funzioni e “compromette pericolosamente l’equilibrio che la Costituzione disegna tra governo e maggioranza e tra maggioranza e opposizione”. Siamo ormai solo alla Camera alla 15esima fiducia che si somma ad un altro abuso costituito dalla quantità e dalla qualità della decretazione d’urgenza.

Nella  lettera viene denunciato il “processo di azzeramento” del diritto di emendare i provvedimenti, rimarcata la “vanificazione” delle norme regolamentari, anche quando prevedono il voto segreto e stigmatizzata la “pratica pericolosamente estensiva” di un ricorso ai maxiemendamenti che “trasformano intere leggi in provvedimenti da votare acriticamente in blocco”.

L’opposizione entra poi nel merito del provvedimento sulle intercettazioni che, nel prevedere la formula degli “‘evidenti indizi di colpevolezza’, pregiudica il ricorso alle intercettazioni come strumento di indagine, con evidente pregiudizio delle indispensabili azioni di contrasto della criminalità da parte delle forze di polizia e della magistratura”.

Sotto attacco è anche il principio della liberta’ di informazione che viene “compromesso dalla perpetuazione dei diversi divieti di pubblicazione oltre il termine della durata del segreto investigativo e dalle sanzioni gravi per editori e giornalisti”. “Con questa iniziativa -ha spiegato Soro a nome di tutti – intendiamo denunciare pubblicamente che il governo fa la lotta alla criminalità solo a parole ma, di fatto, indebolisce la capacità di indagine degli inquirenti e non riesce a dare risposte al bisogno di sicurezza dei cittadini”.

A distanza di poco più di 20 giorni da quella data il Capo dello Stato con lo stile misurato ma estremamente efficace dei suoi interventi ha deciso di intervenire minacciando il rinvio della legge alle Camere.

Dice efficacemente L. Milella, sul sito di Repubblica, “Irragionevole, incostituzionale, gravemente dannosa per le indagini, foriera di scontri con una stampa già pronta allo sciopero del 13 luglio. La legge sulle intercettazioni, così com’è, non va. Il Presidente anziché rinviare la legge alle Camere e dare uno schiaffo a Berlusconi. Ma fedele al motto che “gli strappi tra le istituzioni vanno sempre evitati” (almeno fin dove è possibile), il capo dello Stato l’ha fermata prima del suo ultimo passaggio al Senato.

Ecco è avvenuto proprio quello che si auspicava nell’ultimo paragrafo della lettera delle opposizioni al Capo dello Stato e che molti lì per lì non avevano capito.

“Confidiamo, Signor Presidente, nel suo insostituibile intervento, nelle forme opportune,  per restituire pienezza di contenuti  democratici al dibattito parlamentare sulle leggi”.

Morale della favola: quando le opposizioni si muovono insieme hanno peso.>>

[Nel secondo articolo che sto per proporvi invece vorrei che memorizzaste per bene i nomi di questi signori che a quanto pare sentono la mancanza della P2 il problema e' che ne sentono la mancanza solo loro e pensano che sia tutto normale...stranamente il nostro caro e buon Silvio si ritrova in questa cena...e' proprio sfortunato o ancora una volta e' un complotto dei comunisti? n.d.a.]

<<Nel nostro Paese non ci si deve abituare ad un diffuso clima di perdita del senso istituzionale e del rispetto delle regole, con episodi che di volta in volta mettono in discussione la Costituzione, i fragili equilibri della nostra democrazia e le regole che ne rappresentano l’anima. Per questo non possono durare lo spazio di un mattino la discussione e l’attenzione suscitate dalla notizia, riportata da L’Espresso, di una cena a casa del giudice della Corte Suprema Luigi Mazzella alla quale hanno preso parte, oltre all’altro giudice costituzionale Paolo Napolitano, anche il presidente del Consiglio, il suo sottosegretario Gianni Letta, il ministro della Giustizia e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. Una notizia che non solo non ha trovato smentita alcuna, ma che è stata anzi rivendicata con orgoglio dall’organizzatore, il giudice Mazzella appunto, che ha presentato l’accaduto quale cena privata, un invito al desco di un vecchio amico.
Il contenuto dei discorsi fatti quella sera non costituisce la questione più rilevante, né è in discussione il diritto di ognuno di andare a cena con chi vuole.
Un simile incontro, avvenuto alla vigilia di una importante decisione della Corte su una legge che riguarda direttamente le vicende processuali di uno degli ospiti, nonché presidente del Consiglio, è di per sé grave ed inopportuno.
Qualsiasi giudice non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparire tale. Tanto che se ad assumere un tale comportamento fosse stato un giudice ordinario, sarebbe stato sottoposto a procedimento disciplinare, e questo in forza di una norma (giusta) approvata nella XIV legislatura su impulso dell’attuale maggioranza di governo.
Il Partito democratico, fin da subito, ha chiesto ai due giudici di riflettere sull’opportunità di astenersi dal partecipare alla decisione sul lodo Alfano, perché l’autorevolezza e l’immagine della Corte Costituzionale non siano messe in discussione.
E ieri, abbiamo depositato una interpellanza alla Camera con la quale chiediamo al ministro Alfano di riferire al Parlamento sulle circostanze riportate nell’articolo de L’Espresso, compresa quella relativa all’esistenza di una bozza di riforma della giustizia redatta dal giudice Mazzella e che potrebbe essere fatta propria dal governo.
Il governo e il suo capo sono stati artefici dello spargimento già di troppe ombre; la mancata chiarezza su di un tema tanto delicato è un qualcosa che, adesso, il Paese non può permettersi. I cittadini hanno il diritto di sapere e il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia il dovere di spiegare.>>

QUESTI SONO I NOMI,QUESTI SONO I FATTI…come al solito chiedo a voi di trarre le conclusioni e di pensare con la vostra testa,e di mettere a confronto quello che sentite ai telegiornali e quello che leggete qui…vorrei che vi chiedeste come e’ possibile che  questa realta’ sia cosi’ differente da quelle che vogliono propinarci ad ogni costo.

ad maiora


Jul 1 2009

a 27 anni di distanza

19 maggio 1992.Borsellino faceva questa intervista:

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Questa e’ la trascrizione dell’intervista:

<<Borsellino
Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra.

Giornalista
“Uomo d’onore” di che famiglia?

Borsellino
L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

Giornalista
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?

Borsellino
Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.

Giornalista
Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.

Borsellino
Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.

Giornalista
Dell’Utri non c’entra in questa storia?

Borsellino
Dell’Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

Giornalista
A Palermo?

Borsellino
Sì, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

Giornalista
Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?

Borsellino
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi.

Giornalista
I fratelli

Borsellino
Sì.

Giornalista
Quelli della Publitalia?

Borsellino
Sì.

Giornalista
Perché c’è nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli.

Borsellino
Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.

Giornalista
C’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.

Borsellino
Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.

Giornalista
Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?

Borsellino
So dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente.

Giornalista
Perché quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.

Borsellino
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell’Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.

Giornalista
Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?

Borsellino
All’inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.

Giornalista
Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?

Borsellino
è normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.

Giornalista
Mangano era un pesce pilota?

Borsellino
Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia.

Giornalista
Si dice che abbia lavorato per Berlusconi?

Borsellino
Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

Giornalista
C’è un’inchiesta ancora aperta?

Borsellino
So che c’è un’inchiesta ancora aperta.

Giornalista (in francese)
Su Mangano e Berlusconi a Palermo?

Borsellino
Sì.>>

questo e’ il il decreto d’archiviazione del 3 maggio 2002 del gip di Caltanissetta per le stragi Falcone e Borsellino dopo le indagini su Berlusconi (Alfa) e Dell’Utri (Beta) (in formato PDF, dal sito www.societacivile.it)

Vi ricordo che Gioacchino Genchi di recente e’ stato estromesso dal suo incarico proprio perche’ aveva scoperto nuovi indizi sulle stragi Borsellino-Falcone.

Ora vi riporto cosa dice Saviano OGGI

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davvero non vedete nessun tipo di correlazione?davvero vogliamo rimanere impassibili mentre le societa’ criminali prendono possesso del potere?Facciamo in modo che questo non accada informandoci per bene,lottando(nel nostro piccolo)affinche’ non avvenga quello che Saviano ha predetto.Ho fiducia in ognuno di voi.

ad maiora


Jun 26 2009

Tendopoli,barlumi di verita’

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Questa che vi riporto e’ una lettera di Andrea Gattinoni che ha scritto l’11 Maggio alla moglie dopo essere stato a L’Aquila per presentare il film”Si puo’ fare”(dove Andrea appunto e’ uno degli attori insieme a Claudio Bisio,Anita Caprioli e tanti altri bravi artisti)

<< Oggetto: HO VISTO L ‘AQUILA
Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l ‘Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case
distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro destino.
Un militare a fare da guardia a ciascuno degli accessi alla zona rossa,
quella off limits.

Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato nell’unico posto
aperto, dove va tutta la gente, dai militari alla protezione civile.
Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli
affettati.

Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando “Si Può
Fare”. Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, Anna Maria, Franco e
la sua donna. Poi siamo tornati quando il film stava per finire. La gente
piangeva. Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire,
cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di
diventare pazzo quando recitavo.

Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore. Chi ha perso
la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa. Francesca, stanno
malissimo. Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione
civile non potessero piombargli nelle tende all’improvviso, anche nel cuore
della notte, per CONTROLLARE. Gli anziani stanno impazzendo.

Hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve. Gli
hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che
nel testo di quello che avevano scritto c’era la parola “cazzeggio”. A
venti chilometri dall’Aquila il tom tom è oscurato. La città è
completamente militarizzata. Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli
ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno
accoltellato uno. Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città
sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni
roccia in previsione del G8. Ti rendi conto di cosa succederà a questa
gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro
auto blindate? Là ???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna
subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante,
manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un
parente.

Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni aiuto
internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da
ginnastica. Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso

duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L ‘Aquila.

Poi c ‘è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono. Le
tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto entrare qualunque
cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E ‘ come se avessero voluto
isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a stordirsi di
qualunque cosa, l’importante è che all’esterno non trapeli nulla.
Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del
Consiglio. Il ragazzo che me l ‘ha raccontato mi ha detto che sembrava un
venditore di pentole. Qua i media dicono che là va tutto benissimo. Quel
ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri
ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che “quello che il Governo
sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come
si fa a tenere prigioniera l ‘intera popolazione di una città, senza che al
di fuori possa trapelare niente”. Mi ha anche spiegato che la lotta più
grande per tutti là è proprio non impazzire. In tutto questo ci sono i
lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c ‘è più, tutto
perduto.

Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri
in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perchè i proprietari
devono rientrare nelle tendopoli per la sera. C ‘era un silenzio
terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie. E poi
quest’umanità all’improvviso di cuori palpitanti e di persone non
dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato là. Ci
voglio tornare. Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in
fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei
voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.

Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo
mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori
c ‘erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha
porto un arrosticino a Michele, dicendogli “Assaggi, assaggi”. Michele gli
ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma
quello ha insistito finchè Michele non l’ha preso, e quello gli ha detto
sorridendogli: “Non bisogna perdere le buone abitudini”.

Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve
sapere.
Anzi metto in rete questa mia lettera per te.

Andrea Gattinoni, 11 maggio notte

Non me lo so spiegare…io>>

Non ho paura di denunciare le prese per il culo del nostro Premier,non ho paura di farlo perche’ mentre lui va con minorenni o se ne sta’ nella sua bella villa Certosa a fare orge con le sue veline con tanto di Apicella al seguito che gli canta serenate la gente della mia terra soffre.Ha cercato in tutti i modi di togliere di mezzo l’informazione libera qui in Italia,minacciando,creando leggi che vietassero di rendere pubbliche le sue malefatte.Dai telegiornali tutti sapete che a L’Aquila la situazione e’ perfettamente sotto controllo,eppure basta leggere o ascoltare chi e’ andato veramente in quelle tendopoli o magari andarci di persona.Sono dei Lager.

Non ho paura delle minacce del nostro premier…mi viene in mente Shakespeare :”Non c’e’ terrore ,Cassio,nelle tue minacce,perche’ son cosi’ difeso nell’armatura della mia onesta’,ch’esse mi passano accanto come vento ozioso,ch’io non rispetto!” Anche se passera’ la legge ingiusta e incostituzionale ormai denominata “legge bavaglio” io,come tanti altri,non smetteremo di divulgare notizie…e mi tornano in mente le parole di Mentor che nel suo Manifesto Hacker dice:” Potete fermare me,ma non riuscirete mai a fermarci tutti!” .

E come ogni giorno si combatte…

ad maiora


Jun 24 2009

“Alla prostituzione ci penso io…”

Tutto riassunto in un ottimo video di LadyGroove

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qui trovate l’articolo di Repubblica del 17 Gennaio 2002 in cui il nostro “Santo devoto alla famiglia” Silvio Berlusconi annunciava la sua lotta alla prostituzione con uno dei suoi gesti benevoli e aggiungerei indiscreti.

Ancora una volta scrivo per farvi riflettere su quello che disse allora per contrapporlo a quello che accade ai giorni nostri.Vi faccio notare come anche uno degli ultimi comici liberi,Maurizio Crozza,(perche’ interveniva su La7) sia stato “trombato” a causa del suo famoso e seguitissimo programma CrozzaItalia,proprio per “discrepanze politiche”chiamamole cosi’ per non parlare di dittatura.

Ricordatevi che c’e’ gente che combatte e muore per la liberta’ di parola e di espressione,che muore mentre protesta contro la dittatura e il regime:

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Lei si chiamava Neda,come me aveva 27 anni ed era una studentessa di filosofia.Era ad una manifestazione con suo padre per protestare contro il broglio elettorale di Mahmoud Ahmadinejad,dittatore spietato e senza scrupoli,che come il nostro Berlusconi fa di tutto per rimanere al potere. Un cecchino la colpisce al cuore,lei cade inizia a perdere sangue e sotto gli occhi impotenti dei suoi cari,muore.

Voi pensate che questa realta’ sia cosi’ lontata dalle nostre vite quotidiane ma e’ proprio qui che vi sbagliate.Non facciamo finta di niente,non chiudiamo gli occhi come se non fosse accaduto solo perche’ i media certe cose non ce le fanno vedere o peggio ce le raccontano come chi sta al potere dice che debbano essere raccontate.Riflettete,ed informatevi…ma non fatelo attraverso i telegiornali,fatelo attraverso la rete che non puo’ essere monopolizzata.

Ciao Neda,io non ti dimentico.

ad maiora


Jun 7 2009

C’era una volta in Italia…

pierocalamandrei

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”

Piero Calamandrei – discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l’11 febbraio 1950

Ora per chi non lo sapesse Piero Calamandrei e’ stato uno dei nostri padri costituenti.Come potete non vedere quello che la P2,Cossiga,Berlusconi hanno fatto e stanno facendo in Italia?Come potete permettere che tutti gli scempi che stanno avvenendo oggi in Italia continuino a verificarsi senza opposizione alcuna?Come posso non ricordarvi cosa disse Cossiga nel 2008?

<<Da “GIORNO/RESTO/NAZIONE” di giovedì 23 ottobre 2008
INTERVISTA A COSSIGA «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei» di ANDREA CANGINI – ROMA PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figurac- cia».
Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che in- dottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica:
spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.
E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile.
Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».
Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…».
Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente…
«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio del- la contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro.
La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».
CONFRONTO «Ieri un Pci granitico oggi Pd ectoplasma Perciò Berlusconi dev`essere prudente» [.]>>

Quello che posso fare io e’ portarvi fatti (ricordo che Cossiga ha ammesso chiaramente di avere rapporti con la P2) ma solo voi potete arrivare a delle conclusioni…solo voi potete decidere chi appoggiare e chi no;spero solo che apriate gli occhi su quello che sta accadendo in Italia e che lo facciate in fretta…non lasciate correre su quello che accade,denunciate cio’ che non vi sta bene…solo cosi’ possiamo tentare di creare un paese migliore per noi e per quelli che verranno.

ad maiora


May 26 2009

Piacevoli sapori…

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Non si finisce mai di imparare,ne sono chiaramente e felicemente consapevole…come adoro gustare il sapore ne “la scoperta dello scoprire”,nel parlare,nel confrontarmi…poi quando questo accade con la tua amata compagna diventa un qualcosa di unico,come cibarsi di un piatto delizioso che fa  impazzire le migliaia di papille gustative all’unisono,un concerto di grazia di sapori che nessun altro potra’ mai offrirti o cucinarti.

Sapori,emozioni,pensieri…tutti unici,irrepitibili;un piatto di cui vado ghiotto e che non riesce mai a saziarmi.

… e ne parlavamo giusto ieri sera a cena mentre la osservavo e la ringraziavo per avermi fatto meglio conoscere Rino Gaetano;ho letto della sua breve vita,delle sue innumerevoli lotte,del suo pensiero,delle sue canzoni fastidiose ai potenti e i suoi testi cosi’ attuali,della sua strana morte…per tutto questo oggi ho voglia di ricordarlo…

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“C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale!” Rino Gaetano

ad maiora